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UN PO' DI MEquattro chiacchiere allo specchio
May 14 sempre in gabbia, ma sabato...Non ho più aggiornato il blog. Ogni tanto rileggo quello che ho scritto. Se non mi fossi imposto di non cancellare mai quello che scrivo, avrei fatto sparire le ultime pagine. Noiose. Troppo Non è giusto rompere le scatole con i miei problemi. Quindi, basta. Resto qui, tanto non ho soluzioni alternative. Se qualcuno vuole immaginarmi, può pensarmi mentre cammino avanti e indietro per le sale del ristorante, cercando di sgranchire le gambe e farle un po' sgonfiare. Dalle sei e mezza del mattino alle 00.30. Più o meno è questo il mio orario di lavoro.
Ma sabato....
Ho deciso che me lo devo permettere. Un evento che finalmente premia la mia vera passione, quella che mi ha accompagnato per tutta la vita: la scrittura. Ed ora il mio libro verrà presentato ufficialmente alla biblioteca comunale di Cernusco sul Naviglio, con tutti i crismi: come un vero scrittore.
Sabato mattina partirò prestissimo per percorrere alla massima velocità possibile i chilometri che mi separano da casa. Una fuga. Metterò un cartello sulla porta d'ingresso: chiuso per manutenzione. Si riapre...
Già, quando si riapre? Sarebbe bello fare una fuga in piena regoal e riaprire domenica. Da pazzi? Due giorni? Non devo osare tanto? Beh, probabilmente il locale taverna lavorerà sabato notte. Se non sarò nella mia camera a sussultare sul letto per i colpi di altoparlante, penso che nessuno se ne accorgerà. Luca è abituato a rientrare nel silenzio dell'albergo.
Allora lo dico tutto d'un fiato. Scappo! Al mattino dovrei avere l'intervista alla radio. Alle dieci, mi pare. Chissà a che ora partirò per esserci in tempo?
Poi un salto a casa per abbracciare mia moglie ed i figli. E via di corsa dai genitori. Creature.. da quanto tempo non li vedo? Da quanto tempo non restavo lontano da loro per un periodo così lungo? Quanto mi piacerebbe portarli con me, in questa pazza storia! Ora che mi sono un po' acclimatato, riesco a sentirmi perfino meglio. Mangio, dormo, faccio le pulizie, le camere, il bucato. Loro potrebbero restare nel salottino, avere i loro spazi per passeggiare nell'albergo, nei piazzali. Ma è troppo rischioso. Hanno un'età per cui ogni sbalzo di "assetto" provoca disagio, smarrimento. Devono avere le loro certezze, le cose sempre sotto mano, i rituali quotidiani rispettati puntualmente. Tornerò da solo.
Poi ho le prove con il violino. Non lo sa quasi nessuno, ma Lorenzo, figlio dei miei amici di sempre, è un dotatissimo violinista e mi ha fatto l'enorme regalo di venire a suonare durante la presentazione del mio libro. Cercheremo di intercalare la presentazione con la musica. Sarà magnifico, ne sono certo. E poi lei, la mia musa, che dal mondo sconosciuto ed invisibile in cui si trova ha indicato proprio quel giorno perchè ricordassi agli amici ed ai parenti che sono dieci anni che se n'è andata. In punta di piedi come ha sempre vissuto. Questo amato nipote l'ha riaccompagnata nel nostro mondo per darle una nuova occasione. Lei sarà là, in prima fila, nella poltrona che porterà il segno della sua presenza. Non potrebbe essere altrimenti.
Quanto mi manchi, Pilù! Che te ne pare di questa Lea? Ti senti a tuo agio? Ti diverte? Lo sento che sei tu a guidarmi. Non avresti scelto proprio il giorno del tuo anniversario per consentirmi di presentare un libro che parla di te, di quella magnifica donna che si nascondeva dentro il tuo corpo. Quanti segni mi hai dato della tua presenza! Quante volte mi hai ricordato che dovevo scrivere, terminare, continuare. Quante volte hai fatto apparire le gemelle sul mio cammino per ricordarmi che il libro attendeva? E poi, per tutti gli altri romanzi, quante volte mi hai gettato davanti i personaggi che via via avevo creato per farti compagnia? Me ne accorgevo quando - dopo qualche tempo che non scrivevo - all'improvviso appariva qualcosa o qualcuno che mi ricordava prepotentemente il mio compito di raccontare. Ecco ora sono al quinto romanzo. Per tantissime volte hai fatto in modo che incrociassi - giorno e notte - i protagonisti del nuovo romanzo, quelle due persone particolari che percorrono il viale principale di Cernusco -lui con passo lento e incerto, l'occhio lucido, il naso sempre rosso per le numerose soste nei bar- lei seduta in una sedia a rotelle con il viso sereno ma con lo sguardo attento e vigile. Eccoli, me li hai preparati ed io li ho immersi in una delle tue storie. Ma è presto per parlarne. Al punto del libro al quale sono arrivato, non sono neppure apparsi. Dammi tempo, dai! Lo vedi come sono occupato? (a piangermi addosso? No, Pilù. Non lo voglio fare. Ma un po' potrei anche permettermelo, non ti pare?). Senti, dammi ancora qualche giorno. Se le cose si stabilizzano, e la presentazione del numero uno sarà andata bene, userò il tempo della mia reclusione in albergo per parlare della tua nuova avventura. Promesso promesso. Ma tu, dalla prima fila nella sala grande della biblioteca, prometti che se sarò noioso mi tirerai l'orlo della giacca. Tanto lo so che ci sarai! May 08 continua: CRONACHE DA UNA GABBIA. e siamo a diciassetteNon è pigrizia, non è la voglia di scrivere che manca. La cosa peggiore che può succedere è proprio che non c'è niente da dire. Non succede nulla, non si muove una foglia. Mi sembra di vivere nel castello incantato della strega, dove tutto rimane immutato. Potrei sbrodolare opinioni, lamentele, piagnistei. I miei improbabili lettori avrebbero finalmente una buona ragione per gettare via il link alla mia pagina ed andare per il web cercando qualcosa di più interessante. Posso raccontare che litigo quotidianamente con il mio avvocato? Ecco, l'ho detto. Questo individuo non si rende conto che questa enorme casa mi va stretta, non riesco a viverci serenamente. Mi manca tutto, non ultimo il mio vero lavoro. Sto organizzando la presentazione del mio libro per il 17 maggio: locandine da distribuire, gente da contattare, un po' di relazioni pubbliche. Tutto a distanza. Ricevo quasi quotidianamente la telefonata del titolare della Società che vorrebbe affidarmi altre strutture, contatti per far partire la catena di alberghi che dovrei dirigere. Ma no, io sono qui a fare il guardiano di me stesso. Di clienti se ne vedono pochissimi. Troppo pochi perfino per giustificare l'apertura. Una camera o due in tre giorni. Tutti soddisfatti, abbiamo fatto un buon lavoro, sistemando e ripulendo ciò che era rovinato. Ciò non toglie che gli operai non vengono perché non ho potuto aprire il ristorante, e questo - per un albergo che lavora in prevalenza con gli operai - è il grosso problema. D'altro canto, potrei trovare qualcuno che mi prepara quei dieci o quindici pasti giornalieri. Ma non potrei assumerlo, questa situazione non me lo permette. Con la mia ben nota "fortuna" e con tutte le storie che sono accadute, sono certo che in mezza giornata riceverei la visita dell'Inps-Inail-Finanza-Ispettorato. Meglio non cercare grane. Forse un rimedio l'ho trovato. Come per la signora rumena che ha fatto qualche camera in conto soggiorno, c'è un vecchio cliente che ha alloggiato in albergo per oltre un anno e che vorrebbe tornare. Il prezzo che M. praticava era ridicolo: 100 euro a settimana! Gli ho detto che avrei mantenuto lo stesso prezzo se mi avesse garantito un certo numero di ore di lavoro al ristorante. E' chef di scuola alberghiera ed ha avuto un ristorante. E' una soluzione un po' bislacca, ma si può tentare. Io farei da cameriere-aiutocuoco-lavapiatti. Un'ulteriore botta di umiltà, che sicuramente non mi fa male. Quando riprenderò il lavoro di direttore, avrò ben chiare le mansioni di chi lavorerà per me. Oggi il web mi ha regalato un indicibile piacere. Un amico di tanti anni fa, che condivideva con noi l'avventura dell'apertura di questo albergo, attraverso le imperscrutabili vie della rete mi ha contattato e mi ha detto che vorrebbe sentirmi! Wowww! Che botta! Allora c'è qualcuno in questa landa desolata che si ricorda di me!! Ho risposto immediatamente. Ora attendo che squilli il telefono. May 05 continua: CRONACHE DA UNA GABBIA. Quindicesimo giornoNo, non sono spariti gli altri giorni. Sono stato molto impegnato e non ho avuto tempo di scrivere. Posso però riassumere quello che è successo. L'arrivo delle figlie, del genero e dei nipoti ha completamente rivoluzionato le mie giornate, il mio spazio, le previsioni. Dall'istante in cui sono entrati in albergo, tutto era cambiato. Tanto per cominciare, i bagagli per tutta la famiglia che erano compressi nella pur grande vettura famigliare, si sono espansi in tutto l'albergo, andando a ricoprire ogni spazio disponibile. Molto è finito nelle camere, ma i giochi, la spesa, le cose di tutti i giorni sono stati appoggiati in ufficio e da là distribuiti un po' dappertutto. Dal momento dell'apertura, ritenevo che - data la tarda ora dell'arrivo - i ragazzi dormissero fino a tardi, ma mi sbagliavo. Alle sette e venti c'era già un nutrito gruppetto che era sceso a fare colazione. Da quel momento, non ho più sentito la sottile lama della solitudine che si affilava sul mio corpo. Avevo fatto l'abitudine a silenzi lunghi 24 ore, ed i ragazzi mi hanno dapprima creato un senso di disorientamento. Poi ho cominciato a fare l'abitudine. Mia figlia ha preparato ogni piatto possibile da conservare, pur di farmi contento. Ha pulito, lavato, fatto tutti i lavori. Magnifica. Era necessario che qualcuno restasse nella hall ad accogliere gli eventuali clienti e per questo c'erano le bambine: vedendo qualcuno che si avvicinava, avevano l'incarico di premere un pulsante sulla base del telefono ed io sarei subito accorso. Così sono passati i quattro giorni di ponte del primo maggio. Mangiando abbondantemente, riposando alle ore giuste, lavorando ai piani per sistemare qualche rottura. Ora l'albergo sta un po' meglio ma i clienti...non si fanno vedere. In un primo tempo abbiamo pensato che durante le vacanze ci sarebbe stato solo movimento turistico. Tutto il traffico sbandierato in giro, dovrà pur dare qualche apprezzabile risultato. Nessuno. Al quarto giorno, quando ormai non si poteva tardare neanche un minuto perché l'indomani le bimbe sarebbero dovute tornare a scuola (e i grandi al lavoro), abbiamo mangiato con il telegiornale che annunciava lunghe file in autostrada. Il tempo di caricare la macchina ed in pochi minuti i fanalini di coda della lunga vettura famigliare si confondevano con il balugginio delle luci della notte. Di nuovo solo. Domani dovrò affrontare tutti i problemi, uno per uno. I fornitori, l'avvocato, i clienti. Meglio dormirci sopra. May 02 continua: CRONACHE DA UNA GABBIA. DECIMO GIORNOGiovedi. Mi sveglio pieno di emozione. Stasera arrivano i miei ragazzi. So già che avrò una giornata lunghissima, l'attesa sarà snervante ma alla fine potrò abbracciare le mie creature, lo scopo della mia vita. Non ho fame, non ho voglia di niente. Vorrei addormentarmi e svegliarmi solo al loro arrivo. L'albergo è silenzioso, non ci sono clienti. Passo il tempo a pulire, lavare tutto ciò che ha una parvenza di sporco. Aspetto l'arrivo dell'impresa di pulizia che, mi hanno preannunciato, sarà qui in tarda mattinata. Ci sono poche camere da rifare, in un'oretta dovrebbero cavarsela. Verso mezzogiorno arriva M2. Mi chiede di poter prendere due suoi grembiuli da servizio. Lo hanno assunto presso un grande albergo nella vicina cittadina. Mi racconta che gli hanno dato l'incarico di capo sala. Avrà una serie di ragazzi inesperti da governare. Ho la sensazione che non si siano accorti del personaggio. Ha bisogno egli stesso di farsi guidare. Nonostante i suoi quarant'anni, ho scoperto da quanto mi hanno raccontato i clienti che ha commesso una serie indicibile di sbagli. Alla una non si è ancora vista l'impresa. Chiamo la responsabile e mi fa sapere che arriveranno nel primo pomeriggio a causa di un imprecisato extra. Dopo una mezz'ora arriva una prima ragazza, dall'accento straniero. Mi chiede la tabella dei lavori e mi assicura che presto sarà raggiunta da una collega, in modo da poter lavorare in fretta. Desidero che la camera per i miei ragazzi sia perfettamente pulita ed in ordine. Dopo un quarto d'ora arriva anche la collega. Una ragazzona sorridente e veloce che sale ai piani e sparisce in un attimo al seguito della sua collega. Fino all'uscita delle ragazze non succede nulla. Ho tutto l'albergo pronto per l'eventuale orda di clienti sfiniti che si dovesse presentare alla porta. Nella posta elettronica ricevo una mail dal mio avvocato. Mi invia la copia della lettera ricevuta dalla controparte. E' molto sintetica: non ho nessun mandato, non posso occuparmi delle faccende di M. fino a quando non avrò modo di incontrarlo. Come dire, fate come vi pare, ma a vostro rischio e pericolo. Meno male che ho deciso per il sequestro conservativo. E' un modo sicuro di farmi restituire l'albergo e gestirlo fino a che non avrò trovato un nuovo inquilino Verso le 21 una coppia di passaggio mi rinfranca un po'. Ho venduto almeno una camera. Le ore passano lente. Mia figlia mi avvisa che sono appena partiti. Sono quasi le 22, sicuramente non arriveranno prima della una. La televisione mi fa un po' di compagnia ma gli occhi continuano a chiudersi. Ogni tanto guardo verso l'ingresso. Tutto immobile. A mezzanotte chiedo la posizione ai ragazzi. Sono ancora molto lontani, oltre 170 km. Mi conviene andare a letto. Mi sveglieranno quando saranno all'uscita dell'autostrada. Avrò qualche minuto per scendere ad accoglierli. Mentre sto chiudendo l'ingresso, scendono i miei unici clienti. Già fatto? Alle due suona il cellulare. Sono usciti, tra poco saranno qui. Sono emozionato, non vedo l'ora di abbracciarli. Quando arriva la lunga vettura famigliare, mi precipito a salutarli. I piccoli dormono. I grandi cominciano a darsi da fare per portar dentro un carico imbarazzante di valigie giocattoli, utensili e quanto sono riusciti a stipare nella pur capacissima vettura. Non c'è tempo per conversare. Ci precipitiamo a letto perché tra una cosa e l'altra abbiamo fatto le tre. April 30 continua: CRONACHE DA UNA GABBIA: NONO GIORNODal momento del mio risveglio non è arrivato nessuno fino alla tarda mattinata. I campanelli della porta sono tintinnati all'arrivo del postino che come un fulmine è entrato, ha appoggiato la posta sul bancone, mi ha lanciato un " 'ngiorno!" ed è subito uscito. In tarda mattinata mi ha chiamato la tata, dicendo che aveva dei grossi problemi di pressione e che proprio non poteva muoversi di casa. Le ho detto di non preoccuparsi, che con una pillola sarebbe andato tutto a posto. Mi ha chiesto di andare a ritirare la mia biancheria in una tintoria che si trova vicino alla sua abitazione. Sarà un problema. Magari faccio un salto alle 15.30, quando ancora non sarà suonata la sirena della fabbrica che annuncia la fine del lavoro. Poi ci penso meglio: da quella fabbrica non deve venire nessuno! Tutt'al più potrò ospitare una coppia di passaggio. Silenzio. Cammino per le sale dell'albergo e sento solo il rumore delle mie suole in gomma. Ogni tanto squilla il telefono, mia madre chiede notizia, le mie figlie, il mio bambino che adesso è in vacanza in Irlanda ma che si ricorda di suo padre. Sul notebook c'è sempre il nick rassicurante della mia figlia più lontana. Non immagina nemmeno quanto mi faccia bene sapere che lei è là, in un attimo ho la sua attenzione, il suo affetto, le sue parole di incoraggiamento. Sono un padre molto fortunato. Mia moglie chiama tre-quattro volte al mattino e poi altrettante nel pomeriggio. Una presenza costante. Credo di mancarle almeno quanto lei manca a me. I nostri trent'anni insieme ci hanno consumati l'uno sull'altra fino a farci aderire perfettamente. La porta resta chiusa a lungo. Ho messo il cartello "suonare il campanello", per poter andare a prepararmi il pranzo e poi per riposare tranquillamente. Quando ho preso un bel sonno profondo, sento suonare. E' Giancarlo, un conoscente che ha portato un amico. Era un cliente del ristorante di M. e ci siamo conosciuti durante i miei numerosi viaggi per controllare la struttura. Ho scoperto che conosceva tanti miei amici di infanzia, persone che frequentavo quando venivo qui al mare per le vacanze estive. Mi chiede cosa è successo, mi racconta dettagli che non conoscevo. Il suo amico rincara la dose. Dice che tutti sapevano di questa attività di M. . Mi pare una smargiassata, lo lascio parlare. Dopo un po' arriva un terzo amico. Me lo presentano come un ex cuoco che ha lavorato in una località di villeggiatura poco lontano da qui. Resta in piedi, gironzola per il salone. Finge di non ascoltare. Ogni tanto ridacchia a qualche battuta. Accende una sigaretta dopo l'altra. Gli faccio capire che non si può fumare, spalanco la finestra. Non ci fa caso e continua. Prima di lasciarmi con un pieno abbondante di promesse (ti farò parlare con l'assessore al commercio della regione, ti porterò diversi imprenditori per dei buoni prezzi per la manutenzione, ti farò conoscere buoni amici, gente perbene...) mi chiedono di visitare l'albergo, il ristorante e il bar. Dalle loro facce beffarde penso che si stiano preparando per fare i soliti commentini acidi che conosco tanto bene. Da queste parti, l'abitudine italiota della denigrazione del proprio territorio è spinta al massimo. Apro la sala del ristorante e rimangono sbalorditi. Non immaginavano. Bello! Come è accogliente! Gongolo. Li accompagno in taverna. Forse il loro amor proprio pretende un risarcimento ed aspettano di potersi sfogare con le critiche. Ammutoliscono. NOn avevano mai visto la taverna. E' bellissima, come è grande... proprio un bel locale! Abbattuti! Adesso cosa potranno mai dire? Dopo un po' di silenzio, uno salta fuori dicendo che M. aveva tantissimi amici che gli fregavano la droga da sotto il naso. Li riceveva al ristorante e loro con la scusa di andare in bagno, si infilavano in ufficio e prendevano quello che volevano. E lui pagava... Ho il sospetto che M. non spacciasse affatto. Che fosse un uomo particolarmente infelice, e che per avere compagnia - femminile per giocare e maschile per scherzare - avesse adottato questo tipo di richiamo. Non so, non l'ho mai visto come un mercante di morte. E poi finalmente è chiaro come spendeva tutti i suoi soldi. Quando i tre amici se ne vanno, mi viene in mente che non sono ancora andato a prendere la mia biancheria. Chiudo con il cartello "torno subito" e mi infilo in macchina. Ho pochi minuti di tempo e non voglio perdere gli eventuali clienti. Non ricordo più questa città. Hanno fatto tante nuove strade che si intrecciano con le vecchie in un saliscendi incomprensibile. Sensi unici, strade in salita ripidissima. La lavanderia è un buco di negozio con tre persone ammassate in pochi metri quadri. Le stiratrici quasi si rubano spazio l'una con l'altra. Pago un conto profumato (solo quello) e torno in albergo. Appena in tempo per vedere entrare due persone. Mi chiedono la possibilità di alloggiare sei operai per tre mesi. Non mi sembra vero. Vogliono anche il ristorante, però. Mento, dicendo che abbiamo tutto e che potremo servire la cena. Il prezzo che mi propongono è semplicemente il doppio di quello che praticava M. . Accetto fingendo di fare un sacrificio. Visitano tutto l'albergo, si compiacciono. Meno male, sono riuscito a mostrare solo le camere migliori. Devo proprio darmi da fare per sistemare le altre. Mi congedano con un appuntamento alla prossima settimana. Se il lavoro verrà loro confermato, a loro volta confermeranno le camere. Speriamo che sia vero. Mi darebbe una grossa mano per rimettere in piedi tutta la struttura. Altre ore di silanzio, solo il ticchettio della tastiera con le mie dita che danzano frenetiche. Quando ormai dispero di ospitare ancora qualcuno, entra un cliente che è già stato qui la scorsa settimana. Una camera per qualche ora. Ottimo, così almeno abbiamo rotto questo digiuno di lavoro. Dopo una decina di minuti arriva una pattuglia di carabinieri, per un controllo di routine. Prendono il foglio dei sopralluoghi, mi chiede i documenti dei clienti alloggiati, si compiace perché ho compilato la schedina prima del loro alloggio, facciamo due chiacchiere. Sono a mia disposizione nell'eventualità che qualcuno mi dia fastidio o se vedo qualcosa che non mi quadra. Bene, prometto che chiamerò. Quando comincio a temere di dover aspettare fino a tardissimo, i clienti scendono e liberano la camera. Il pensiero dei possibili ospiti per tre mesi mi spinge a fare una ricognizione in tutte le camere. Salgo al primo piano e comincio a controllare, a scrivere. In molte camere mancano le tende della doccia, almeno tre o quattro. In due, addirittura è sparito il soffione della doccia. Due camere hanno le porte sfasciate a calci. Gentlemen. Almeno tre camere sono senza tenda in camera. e poi tanti rubinetti che perdono. Un costo enorme dato che qui l'acqua costa molto cara. Domani arrivano i miei cuccioli. Mi hanno confermato che domani notte saranno qui. Finita la solitudine, almeno per quattro giorni. E una gioia immensa di avere due figlie, due nipotini e mio genero che si è già offerto di aiutarmi. Respirerò a pieni polmoni il profumo di casa per tenerlo dentro di me per le prossime settimane. Sono a letto per la una e mezza. Ma ora sono tranquillo perché ho visto tutto quello che mi interessava. Sparite tutte le lampade da comodino, dovrò recuperarle dagli armadi. Sono carine ma troppo leggere. Le incollerò ai comodini, perché non cadano. April 29 continua: CRONACHE DA UNA GABBIA. OTTAVO GIORNOLunedì. Le sei e mezza. Il telefonino mi sveglia. Vorrei potermi permettere di restare un po' qui, accendere il portatile, mettermelo sulle gambe e cominciare una lenta navigazione tra i siti più curiosi, le notizie dell'ultimo momento... Non posso permettermi il lusso di farlo. Nessuno mi chiama, nessuno potrebbe avere nulla da eccepire. E' questo schifoso senso del dovere che mi incolla alle mie responsabilità. D'altro canto, se cominciassi a lasciarmi andare, ogni occasione potrebbe diventare un diversivo. Scende Luca, l'unico cliente in casa. Mi saluta di corsa. Dalla porta mi avvisa che sta andando a casa (beato lui) e che tornerà giovedì. Posso fare qualsiasi cosa, ora. Correre al terzo piano gridando a squarciagola, scendere a cavalcioni del corrimano fino a spellarmi le dita, entrare in tutte le camere e lasciarle spalancate, accendere la musica al massimo volume... mi limito ad andare in ufficio ed accendere la televisione. Come al solito niente di interessante. Lascio l'immagine e spengo l'audio. Se entra qualcuno, posso sentire i campanelli. Mi siedo al computer, comincio a scrivere la cronaca della giornata. Non succede nulla. Non ho niente da fare. Le gambe sono doloranti e gonfie. L'inattività sta producendo i suoi effetti. Con il sole alto e caldo mi viene voglia di uscire sul piazzale. Scendo le scale e guardo l'albergo da fuori. Povera creatura, come è stato trattato! Ci sono mozziconi di sigarette sulle scale, tra le piante. Mi impegno a fare un po' di pulizia con la scopa. Alle nove e mezza arriva l'impresa di pulizia. Due ragazze e la titolare. Quattro parole per dare le istruzioni e spariscono in ascensore con il loro carico di detersivi. Ogni tanto tornano nella hall per chiedere qualche informazione. Dopo qualche tempo arriva M2. Mi racconta che l'avvocato di M. avviserà i parenti dello smarrimento del giaccone e chiederà loro di fare le ricerche. Non mi basta, perché so già che l'interessato mi dirà con la solita voce arrochita dalle sigarette e impastata dai troppi liquori che non glie ne frega niente. Vuole.... Uffa! Chiamo il mio avvocato. Oggi dovrebbe essere il giorno dell'inventario generale, che mi consentirà di chiudere definitivamente la gestione di M. e poter partire con le licenze a mio nome. Mi dice che non ha sentito la controparte. La chiamerà in serata, vuole darle tempo. Quattro giorni non sono bastati? Mah, in questo posto i tempi sono diversi rispetto ai nostri. La puntualità è una parola svuotata del suo significato. Con mezz'ora di ritardo non c'è da scusarsi. Dopo un'ora si può addurre una scusa banale. Il vero ritardo viene considerato dopo due ore dall'appuntamento. Sembra un codice approvato e diffuso. Le cameriere hanno finito. Si sente un profumo di detersivo che viene dalla tromba delle scale. Devo risolvere assolutamente il mio problema di bucato. Provo a fare una telefonata. La tata delle mie bimbe, quando abitavamo qui, forse può darmi una mano. Mi risponde una voce spezzata dal pianto. Cosa succede? Mi racconta che ha appena perso una sorella. Neanche quattro giorni fa. Lutto e dolore. Non oso chiederle nulla. Poi continuiamo a conversare. Le bambine, mia moglie, i miei genitori...si interessa a tutta la famiglia. Mi racconta che ha un gran dolore ad una mano. Il tunnel carpale, dice. La informo che mia moglie è specialista nei massaggi anche per questi tipi di dolori. Qualcosa mi ha insegnato...se vuole venire a trovarmi, posso provare a massaggiarla. E poi.. sa per caso dove si trova una lavanderia per mandare a sistemare le mie cose? Ne conosce una. Si offre di portare la mia biancheria. Verrà più tardi. Quando arriva, accompagnata da figlia e nipote, stento a riconoscerla. Molto anziana, vestita di nero per il lutto stretto e dolorante. Cammina a fatica. E' in un momento delicato. La rassicuro, le dico che il nero non è un colore che le si addice. E poi il dolore sta dentro, non fuori. Che vesta i colori della natura, nessuno potrà mai rimproverarla per questo. Inizio un lento massagigo alla mano. Non si tratta del tunnel carpale ma di una infiammazione che coinvolge l'attaccatura delle dita. Pian piano riesco a risolvere il suo problema. Stiamo un po' in compagnia, poi prende il sacco con la biacheria sporca e se ne va. Appena uscite le tre donne, sento che l'appetito si fa prepotente. Faccio una corsa in una trattoria vicina, per chiedere un piatto pronto da portare in albergo. Il cartello "torno subito" diventa una bugia. In trattoria mi dicono che non hanno piatti pronti, che hanno fin troppo lavoro. NOn possono darmi nulla. Mi precipito al supermercato, devo fare una veloce spesa. Riempio il carrello con una serie di primi piatti surgelati, formaggi, sofficini, spinaci, yoghurt. Già che ci sono faccio un salto dal ciabattino all'ingresso del negozio. Uno di quei "speedy tacco" che ormai si trovano dappertutto. Ho le suole bucate e i tacchi consumati. Chiedo all'uomo che sta dietro al banco quando posso ritirare le scarpe. Un'ora? Due ore? Posso sedermi sullo sgabello mentre lui opera? Mi guarda con uno sguardo di rimprovero. Il nove maggio! Sentenzia senza appello. Ma sono dodici giorni! Non è un tacco express? Signore, vuoel un lavoro ben fatto? Bisogna rifare tacchi e suole, poi controllare le cuciture, rimettere in sesto la scarpa... Ma io ho fretta! Eh no, signore. Vuole che faccia un lavoro approssimativo? No, per carità! Ma dodici giorni per un paio di tacchi e suole... Ma le sue scarpe sono nuove? No! Che dice! Con le scarpe nuove dovrei venire a riparare tacchi e suole? E allora bisogna fare le cose per bene. Mi basta una suola di gomma, una cosa da applicare.. No, noi non facciamo queste cose. Se vuole un lavoro fatto così, vada all'aucien. Aucien? Sarà l'Auchan? boh. Lo guardo perplesso. Abbassa lo sguardo. Con me ha finito. appoggia una scarpa nera sulla pancia enorme e prominente e comincia a dipingere una suola con la vernice nera. Chissà se alla fine ci mette la firma. Appena in albergo mi fiondo in cucina e getto un'intera busta di tagliatelle ai funghi in una padella. Che buffo, una cucina così grande per un piatto di tagliatelle. Surgelate, per giunta. Quando le travaso nel piatto, mi accorgo della quantità: imbarazzante. Nel frattempo ho anche scaldato il forno a 220 gradi per cuocere un sofficino. Uno di numero, perché temo di non riuscire a mangiare altro. Affronto il mio piatto di pasta con le migliori intenzioni ma giunto a meno di metà mi fermo. Potrei conservare il resto per questa sera... no. Lo mangio tutto. Poi attacco il sofficino che nel forno è pronto e croccante. Una mangiata esagerata. Se le cose continuano così, con questo silenzio imbarazzante, mi distendo un po' sul legno del letto e schiaccio un pisolino Dopo un pomeriggio passato a chattare con mia figlia, chiamo l'avvocato per essere messo al corrente del suo colloquio con la controparte. Non ha ancora chiamato, prega di ritelefonare tra dieci minuti. Aspetto con un po' d'ansia. Allo scoccare del decimo minuto richiamo. Dice che ha appena chiuso la comunicazione. L'avvocato di M. dice di non essere l'avvocato di M. Interessante. Quindi M. è senza legale. Non può darmi l'autorizzazione a fare l'inventario e non può fare alcun passo legale fino a che non ha incontrato il suo cliente in carcere. Deve farsi dare il mandato. Il punto è che M. è in isolamento e quindi nessuno lo può avvicinare. Nemmeno il suo avvocato? Mi sembra strano. Dice che se vogliamo fare l'inventario da soli, occorre che sia presente un ufficiale giudiziario. Ma dai! E i due classici testimoni quelli che possono mandarti in galera con la sola parola, dove sono finiti? No, dobbiamo procedere in un modo differente. Non resta che ricorrere al giudice per chiedere il sequestro conservativo dell'albergo e l'affidamento a me in custodia giudiziaria. L'avvocato (che dovrebbe convincermi e che invece mi lascia fare tutto da solo) mi chiede se ne sono convinto. Per forza, che alternative ci sono? Se l'avvocato di M. avesse detto subito di non avere il mandato, avremmo già fatto. Ora bisogna scrivere l'istanza. Mi dà appuntamento tra mezz'ora. All'imbrunire sento suonare i campanelli dell'ingresso. E' l'avvocato. Pensavo mi portasse l'istanza già pronta. Invece si è precipitato con il contratto, quello che condiziona me a lavorare con lui e ne stabilisce le condizioni. Legge Bersani, afferma con sicurezza. Firmo una, due, tre volte. La privacy... poi mi dice che questa volta devo proprio dargli un congruo acconto. Ci sono le spese di deposito, i bolli... La causa intera costerà 3400 euro. Ne vuole subito 2400. Gli dico che ho incassato solo 1000 euro e dispongo solo di quelli. Accetta di buon grado. Ci ho messo una settimana a raccogliere quella cifra, e questo tipo fa una faccia come se gli avessi dato un ceffone. I tempi tecnici? Dieci giorni. Altri dieci giorni e poi abbiamo la gestione? Lo spera. Figuriamoci quanto lo spero anche io!! Con il buio ho chiuso la porta di ingresso, acceso una piccola luce nella hall e lasciata spenta la luce del mio ufficio. Non vorrei veder comparire all'improvviso l'uomo del giubbotto di piuma, senza poter avere il tempo di chiamare i carabinieri. Quando ormai mi ero rassegnato a chiudere la giornata senza nemmeno un cliente, sento suonare alla porta. Sono due ragazzi tunisini. Un lui e una lei. Non immaginavo che con le loro ferree leggi che restringono le libertà delle donne, una ragazza potesse tranquillamente trascorrere qualche ora d'amore in un albergo. Che i tempi stiano cambiando? O devo aspettarmi tutta la famiglia armata di coltelli rituali che impone la giustizia religiosa alla ragazza? Non me ne preoccupo. Dico loro che lascio la chiave di ingresso sul bancone con i loro documenti e li prego di nasconderla, una volta usciti, sotto un riparo sulle scale. Mi dicono che usciranno alle tre. Io sarò già nel mondo dei sogni. continua: CRONACHE DA UNA GABBIA. SETTIMO GIORNOLa festa in taverna è diventata insopportabile. Alle quattro e venti vengo svegliato da urla e vibrazioni. Considerando che si svolge due piani sotto di me, i decibel devono essere tantissimi. Afferro il telefono e chiamo H. Mi risponde tranquillo, neanche fossero le dieci del mattino. Gli spiego che son riusciti a svegliarmi, cosa molto difficile. Promette di abbassare il volume. Vanno avanti come se nulla fosse. Mentre tento di addormentarmi, mi viene in mente che i clienti della 19 mi hanno procurato un contatto per la cessione della gestione. Non richiesto ma gradito. Ho scoperto che si chiamano Giuseppe e Cosimina. In realtà l'ho sempre saputo, ma non ho l'abitudine di chiamare i clienti per nome. In questo caso, hanno cominciato loro... La persona incaricata del primo contatto sarà qui per la una. Ho tutto il tempo di risolvere il problema con il pazzoide. Alle cinque il rumore cessa di colpo. Mi costringo a fare un esercizio di rilassamento e riesco a riprendere il sonno interrotto. Mi sembra che sia passato solo qualche minuto quando sento bussare alla mia porta. Ho lasciato un cartello nella hall che avvisa - in caso di emergenza - di bussare alla mia camera, la 11. C'è un'emergenza, evidentemente. Apro e vedo Giuseppe pronto ad uscire. Mi chiede come aprire la porta, perché deve andare a prendere il mio interlocutore che è arrivato. Gli chiedo che ore sono: le sette. Sono in ritardo! Gli consegno una chiave e corro a prepararmi. Che bello, penso. Ero così tranquillo che non mi sono svegliato affatto! Mi preparo velocemente e scendo ad aprire l'albergo. I miei tempi tecnici sono sempre gli stessi da oltre quarant'anni. Quindici minuti. Ripenso a Giuseppe. Alle sette arriva il suo amico? Ma che fretta! Non aveva detto alla una? Boh. Vediamo di chi si tratta. Non sono molto convinto. Dato l'aspetto del mio cliente e le sue prospettive in cerca di lavoro, ho forti dubbi che il suo amico possa essere una persona alla quale affidare tutto il complesso alberghiero. Alle otto chiamo i carabinieri. Racconto di nuovo tutta la storia e mi assicurano la loro presenza. Dicono che conoscono l'individuo. Chiedo se è pericoloso, sento tentennare. Pericoloso, no.. ma molto insistente. Fa questo tipo di ricatto da molto tempo. Se non gli si da quello che vuole si fa venire crisi di rabbia e perfino epilettiche. Non so se sia possibile averne a comando, ma se lo dice lui... Mi raccomandano di chiamare appena lo vedo di lontano. Ribatto che non sono sicuro di poterlo vedere, io non sto sempre alla finestra! Dopo una ventina di minuti arriva la volante sgommando come se stesse rincorrendo riinaprovenzano tutti insieme. Ne scende un maresciallo dall'aria molto seria. Mi chiede cosa è successo, mi assicura la sua presenza. Mi invita a chiamare il 112 non appena lo vedo arrivare. Mentre sto ancora passando il piumino sul banco della hall vedo arrivare il terzetto che attendevo. In testa Giuseppe, segue il loro amico e per chiudere il corteo Cosimina con un vistoso cappottino rosso. Mi chiedono perché ho chiuso a chiave la porta dell'albergo. Spiego l'accaduto. Giuseppe mi guarda divertito: non avresti potuto chiamarmi? Con un paio di ceffoni lo avrei mandato via! Ecco, ci mancava pure il paio di ceffoni a avrei sistemato definitivamente il mio albergo! Mi assicura che vigilerà per me. Posso parlare tranquillamente con il suo amico. Si piazza davanti alla porta con piglio da guardia giurata e punta il suo sguardo di segugio al di là del vetro. Comincio la conversazione con un occhio al piazzale dal quale deve venire l'indesiderato e l'altro al mio interlocutore. Il tipo sembra interessato veramente. E' abbastanza competente. Via via che facciamo il giro dell'albergo, del ristorante e della taverna capisco che ho a che fare con un tecnico. Forse un po' troppo fiscale per certe affermazioni sulla struttura ma pur sempre uno del mestiere. In ufficio continuiamo a fare il punto della situazione, parliamo di cifre, di adeguamenti, di abbellimenti. Ad un certo punto, con un'ora di ritardo sulla tabella di marcia, sento suonare il campanello di ingresso. Giuseppe mi chiede: è lui? Si, annuisco. Prendo il telefono e compongo il 112. Mi aspetto che Giuseppe apra ed affronti a mani nude l'energumeno che si è materializzato davanti alla porta senza nemmeno farsi vedere mentre arrivava. Mentre parlo con il 112 mi accorgo che Giuseppe se l'è svignata e la porta è rimasta chiusa. IL carabiniere in servizio mi dice che non sa niente, che non è compito loro. Lo informo che il maresciallo, non più tardi di due ore prima aveva detto di chiamarli. Ripete, un po' disturbato, che devo chiamare il comando locale. Nuova scampanellata. Compongo velocemente il numero della caserma. Il carabiniere che risponde - per fortuna - è al corrente. Dice che la pattuglia arriverà a minuti. Esco dall'ufficio ed apro la porta dell'albergo. L'uomo che ho davanti è completamente differente rispetto a quella furia che mi aveva fatto visita ieri sera. Senza alcool che turbina nelle vene, questo sembra una persona normale. Lo accolgo con un sorriso ed una stretta di mano. E' tutto impolverato, ha le nocche sanguinanti. Per perdere un po' di tempo gli chiedo cosa gli è successo. Dice che ha preso un momento di pausa dal lavoro per venire a sentire. Gli confermo ciò che avevo già detto la sera prima. Domattina farò chiamare l'avvocato di M. e informerò la famiglia di quello che sta cercando. Mi risponde cortesemente. Dice che non vuole nulla da me, vuole solo il suo giubbotto di piume originali e preziose. In pochi minuti mi conferma che si farà vivo non appena ne avrà il tempo. Saluta e si allontana velocemente in bicicletta. Appena sparito dalla vista, sopraggiunge la volante che inchioda proprio davanti ai miei piedi. Ne esce il maresciallo che mi chiede: era quello in bicicletta? Si, lo informo. Ma stamattina era tranquillo. Ha minacciato? No, non ha detto nulla di speciale. Prende dalla macchina un foglio sul quale ha annotato tutti gli interventi del giorno ed scrive le mie generalità. Mentre gli detto i miei dati penso a quel tipo che sta pedalando velocemente senza preoccuparsi che potrebbero fermarlo. All'arrivo della macchina, si era formata una piccola folla di curiosi. Speravano di poter essere testimoni di un succoso fatto di cronaca. Poi, mentre parlavamo si sono dispersi, qualcuno ricompariva dalle finestre delle case di fronte. Il maresciallo si toglie il guanto e mi saluta con una stretta di mano molto plateale. Questo è dei nostri, pare che voglia far capire. Riprendo la conversazione. Chissà se lo avranno preso sulla via del ritorno? Magari gli hanno fatto un bel discorsetto sul fatto che deve lasciare in pace la gente perbene. Giuseppe si avvicina e mi dice, indicando la moglie: può fare le camere, adesso. Se le dai le chiavi... No grazie, non ce n'è bisogno. Semmai più tardi, lo congedo Il "più tardi" non arriva mai. Alla fine della chiacchierata, con promesse di rivederci presto come due scolari alla fine delle vacanze in colonia, mi si presenta il terzetto vestito di tutto punto e con le valigie pronte. "Andate via?" chiedo incredulo. Mi avevano detto che sarebbero restati fino a martedi! Approfittano dell'amico per andare con loro. Ci penso un attimo. Ma che differenza fa prendere un treno in tre o in due? Avrei capito se avessero ottenuto un passaggio in macchina, ma così... Mistero. Non propongono di pagare, non chiedo nulla. Mi hanno presentato un possibile gestore, posso anche permettermi di lasciar perdere. Dopo la loro uscita, resto solo. Nel cielo un sole brillante. Il caldo entra dalla porta dell'albergo e mi fa sentire nostalgia di casa. Ora prenderei la bicicletta e me ne andrei con la piccola a fare il giro dei parchi. E invece chiudo la porta e vado a mangiare. Da solo. Una mozzarella e un pacchetto di crackers. Mi bastano, eccome! Rimetto tutto in ordine e vado a riposare. Ho recuperato il sonno perduto ma voglio immagazzinare un po' di riposo in più, per eventuali clienti che nella notte pensano di uscire dopo l'orario di chiusura. Per tutto il resto del pomeriggio e della sera, regna il silenzio. Nessuno entra, nessuno chiama. Sono quasi sempre al computer, connesso con il cordone ombelicale del web con la mia famiglia. Ognuno al suo posto e tutti con me, a farmi compagnia. E' dolcissimo sentirli così vicini. Non sono solo. Sono semplicemente lontano. April 28 continua: CRONACHE DA UNA GABBIA. SESTO GIORNO. LE MINACCE DIVENTANO PESANTIE' sabato, mi dico aprendo gli occhi. Penso a ciò che farei se fossi a casa. Potrei permettermi di stare a letto mezz'ora di più, di sedermi al computer per dare un occhio alla posta, una colazione abbondante e tranquillla.. Ci sono dei clienti che scenderanno tardi, me lo hanno preannunciato. Faccio una breve colazione, non ho fame. Lo stomaco mi sembra irrigidito. La coppia della 19 mi ferma mentre sto per entrare in ufficio. Mi chiedono se sono ancora disponibile a fare lo scambio del lavoro con il prezzo della camera. Non ho nessuno che può fare le pulizie, accetto. Li informo che lunedì avrò un'impresa che verrà a fare il lavoro,ma che fino a quel giorno avrò bisogno di un aiuto. Confermano la loro disponibilità. Mi dicono che devono però andare a fare delle commissioni in mattinata, per cui la signora potrebbe fare le camere nel pomeriggio. Chiedo la cortesia di farmi almeno due matrimoniali subito e il resto come preferiscono. Nicchiano, cercano di tergiversare. Resto cortesemente inflessibile. Ho proprio bisogno di due camere matrimoniali. Accettano e spariscono dalla mia vista. Il resto della mattinata passa senza alcuna novità. Ho le gambe dolenti, per l'inattività. Cammino velocemente dall'ufficio al salone grande del ristorante e ritorno. Un centinaio di passi. Intanto penso a come risolvere alcuni problemi. La mia biancheria sporca, ad esempio. E' un problema che non mi sono mai posto. Era sufficiente metterla nel cestino in bagno e dopo un paio di giorni la ritrovavo pulita e stirata nei miei cassetti. Benedetta mia moglie. Qui devo arrangiarmi. C'è una lavatrice in un bagnetto nella hall. Potrei mettere tutto a lavare. Ma non ho sapone, non ho un posto dove stendere e soprattutto non ho un ferro da stiro. Il tempo ce l'avrei... A pranzo la fame non si fa sentire. Provo a mettere qualcosa in bocca. Lo stomaco rifiuta. Bevo qualche sorso d'acqua e mi forzo a mangiare un po' di prosciutto. Due, tre fette. Poi un pacchetto di crackers. Sono stanco, voglio riposare. Quando le palpebre si chiudono davanti allo schermo del portatile, metto un cartello all'ingresso: si prega di suonare e vado a distendermi sul legno appoggiato alla rete in ufficio. Meglio un pezzo di legno che un materasso lercio e maleodorante. Neanche mezz'ora di sonno e vengo svegliato dallo scampanellare in ingresso. Sono tornati i clienti della 19. La donna mi chiede se stavo riposando. Certo, rispondo. Allora vado anch'io a riposare e poi faccio le camere, mi dice. Sembrava che mi annunciasse un diritto acquisito. Passano diverse ore nel più assoluto silenzio. Nessun ingresso, nessuna uscita. Ne approfitto per fare qualche pulizia in cucina. Getto l'immondizia, pulisco il banco del bar (non he ha bisogno: sono diventato un maniaco della pulizia). Vedo la macchina dell'accompagnatore dei clienti della 19 che sosta in parcheggio. Tra poco il marito della signora uscirà e la lascerà lavorare. Continuo il mio lavoro. L'uomo della macchina era quello che aveva accompagnato l'armadio tatuato per vedere la struttura. Una persona gentile con una vistosa unghia del dito mignolo. Sarà lunga quattro centimetri. Non mi piace, ma pare che sia un uso tra le persone meridionali. Ripensavo al secondo giorno: mentre aspettava che la signora finisse di fare le camere, era fermo in parcheggio e conversava con il marito. Ad un tratto è arrivata una macchina dei carabinieri. Li ho guardati dalla finestra e sono uscito sul piazzale per salutare. Mi hanno guardato a malapena. Li ho visti prendere i documenti, andare alla vettura, effettuare tutti i controlli. Poi hanno lungamente conversato ed infine, quando hanno finito di controllare, sono andato verso il maresciallo e mi sono presentato. Siamo saliti in albergo, mi ha chiesto le schedine di notificazione di quelle due persone alloggiate ed ha preso lungamente nota delle generalità. Mi ha salutato con cortesia, l'ho pregato di diffondere tra i suoi colleghi la notizia del mio arrivo e di farmi avere anche la loro collaborazione. Mi ha assicurato assistenza. Poco dopo è entrato un altro carabiniere. Mi ha chiesto la fotocopia del documento della donna. Gli ho dato la schedina chiedendo se ci fosse stato un problema. Mi ha sorriso senza dire altro. Poco dopo è entrato il marito con l'accompagnatore. Il primo è salito ai piani, il secondo si è fermato da me. Mi ha raccontato cosa era accaduto: avevano notato che l'uomo aveva precedenti penali e quindi gli facevano le domande di rito. Con me l'uomo si vantava di questi precedenti. Aveva picchiato carabinieri, guardia di finanza, guardiacoste, era stato contrabbandiere... un curriculum di tutto rispetto. Gli ho detto timidamente: ma ne parla così, tranquillamente? E lui: si, certo non mi vergogno di quello che ho fatto! E pensare che io mi vergogno se mi dimentico di pagare una multa! Alle sette di sera mi rendo conto che la signora non è ancora scesa. Avrà impiegato un po' di tempo in più, starà facendo le pulizie di fino, mi sono detto. Vado a vedere. Salgo a piedi tre piani di scale ma non c'è ombra di nessuno. Busso alla 19. Non mi risponde nessuno. Apro con il pass e la camera è deserta e da rifare. E' scappata, mi dico. Quando ero impegnato in cucina, la furbetta ha preso il largo con il marito. Il tempo di scendere in ufficio e dalla finestra vedo la coppia tornare verso l'albergo. Non sono scappati, ma adesso mi sentono. Aspetto all'ingresso che arrivino e chiedo con un po' di fermezza: ma non doveva fare le camere? Sono le sette e mezza! Apriti cielo! La donna ha cominciato a sbraitare come se l'avessi insultata a sangue. Io ho le mie cose da fare, la spesa, i colloqui! Non posso essere sempre a sua disposizione! La guardo stralunato: è lei che mi ha chiesto di fare le camere! Per me andava benissimo che mi pagasse il suo pernottamento! Per tutta risposta una sfuriata in un italiano stentato, con accuse di insensibilità. Lei era rimasta molto delusa quando ha saputo che avevo preso un'impresa per le pulizie e con questo cercava di giustificare la sua negligenza. Ho guardato il marito. Mi faceva l'occhiolino. Domani, le farà domani. Ho risposto: no grazie. Domani non ne ho bisogno. Allora adesso ti fa un paio di camere. Ti? E chi sei? Mio fratello? No, no. Ne faccio a meno. Se ne sono andati impettiti come se avessero subito chissà quale torto. Poco dopo arriva H. che mi porta il saldo dell'affitto per la sala. Cominceranno alle dieci e mezza. Gli racconto dell'episodio del matto di ieri sera. Mi offre l'aiuto dei suoi due buttafuori. Lo ringrazio. Mi diverto a pensare che anche io avrò due guardie del corpo, se dovesse succedere che il pazzo torna. Alle nove, puntuale come un orologio svizzero arriva l'uomo. Le guardie non si vedono. Ho il sospetto che dovrò sciropparmelo da solo. Esordisce con muso duro. Il mio giubbotto? Gli dico che l'ho cercato ai piani ma non l'ho trovato. In effetti, nel marasma degli armadi è difficile trovare qualcosa, ma un giubbotto di piuma di color marrone sarebbe risaltato tra le lenzuola bianche. Mi dice che allora vuole i soldi. Non posso pagare per conto di M. Deve prendersela con lui. Da quel momento iniziano minacce, insulti a 360 gradi. Ce l'ha con me perché sono il proprietario. Con M. perché è un uomo senza dignità, con la madre e la sorella di M. che ritiene siano due poco di buono... Non so come calmarlo. Gli dico che chiamo l'ex socio di M. per chiedergli il numero di telefono della madre di M.. Ha portato via sacchi pieni di biancheria, forse c'era anche quello. Intanto il nostro uomo continua a sfornare insulti e fumare una sigaretta dietro l'altra. Siamo fuori dall'albergo. Questa volta non lo faccio entrare, chissà che gli vega un'altra idea balzana e butti fuori qualche altra cosa! M2 risponde che non ha il numero. L'uomo pretende di parlare con lui. Lo copre di insulti e gli intima di venire subito in albergo. M2 obbedisce e in pochi minuti è con noi. Ha portato anche la moglie. Inizia la lunga fase di convincimento. M2 racconta che anche lui è stato danneggiato, è sommerso di debiti per conto di M., che lo aspetterà all'uscita della galera per fargliela pagare. Forse pensa che trovando un punto in comune l'uomo non se la prenderà con lui. E invece le minacce si aggravano, diventano violente. Domani mattina alle dieci sarò qui. O trovo il giubbotto o i soldi. Non vado via a mani vuote. Poi un'altra serie di improperi. Gli spiego che non serve a nulla che venga alle dieci. NOn avrò ancora avuto modo di contattare l'avvocato che prima di lunedì non risponderà al telefono. Gli suggerisco di fare una lettera al gestore, che a sua volta la girerà all'assicurazione che potrà rimborsarlo. Mi spiega cosa se ne farebbe di una lettera e non penso che dopo quel trattamento potrebbe essere utile per un risarcimento. Alla fine mi pianta gli occhi negli occhi e mi dice: lo sai cosa fanno gli uccelli che si posano sul ramo? Si riposano, rispondo. NO, dice lui. Stanno molto attenti a non cadere. Poi prende la maniglia, spalanca la porta e scende verso il piazzale. Da lontano lo sento dire: domattina alle dieci, ricordati. O il giubbotto o i soldi M2 è spaventatissimo, la moglie preoccupata. Io dico soltanto che è ora di chiamare i carabinieri che risolveranno la faccenda. Se ne vanno con la promessa di venire domattina a darmi una mano. Alle dieci, mi dicono. Chiamo in caserma e chiedo del maresciallo. Non c'è, mi risponde una carabiniera gentile. Le racconto tutta la storia e le chiedo di poter avere assistenza al mattino successivo. Mi invita a richiamare domani alle otto, che troverò il maresciallo. Alla chiusura scendo in taverna. Il locale è già affollato, la musica a tutto volume fa vibrare il pavimento fino al primo piano. Incontro H. che mi saluta con un sorriso smagliante. Gli dico: qualche problema con le tue guardie? No, risponde, perché? Ah, nulla dico io. Li aspettavo. Si rivolge in francese ad una guardia che è vicino a noi. Non siete andati a dare aiuto al proprietario? Risposta senza tentennamenti: no. Nessuna giustificazione. Solo "no". La gente che affolla il locale ride e scherza rumorosamente. Le ragazze dietro al bancone mi offrono da bere. No, grazie! Vado a dormire. "Ma ci offendiamo!" Non è aria di far baldoria. Sono stanco. April 27 continua: CRONACHE DA UNA GABBIA. QUINTO GIORNO LE MINACCE CONTINUANOQuando apro gli occhi, spero fortemente che siano almeno le sei. Niente affatto. Cinque e venti. Ho un forte dolore al braccio destro. Così unito a quello ormai cronico del braccio sinistro, ho difficoltà a fare ogni cosa. Mentre mi preparo, spero tanto che ci sarà un buon movimento. Qualche camera affittata non solo mi renderebbe più tranquillo per pagare le mie scadenze, ma mi regalerebbe la convinzione che ciò che temevo non è accaduto. La gente non ha creduto che il colpevole fosse il mio albergo, è disposta a dimenticare. Gli operai partono prestissimo Mi salutano e mi annunciano che la prossima settimana non ci saranno. Chiedo cortesemente se posso prenotare per loro la seconda settimana. Mi rispondono con una frase a doppia lettura. Verremo a trovarti. Come dire, non verremo a dormire. Oppure verremo a vedere come vanno le cose prima di decidere? Non so. Luca scende veloce come il vento. Ha cose importanti da fare. Lo guardo in viso, sempre pronto, sorridente. L'unica cosa che mi chiedo è: come fa a vedere? Ha degli occhiali così annebbiati che mi viene la voglia di prendere un panno e pulirli. Non tutti sono come me. Ci sono persone che vedono anche "al di là". Si vede che non gli servono tanto gli occhi quanto la sua capacità di percepire. Gli racconto del mio desiderio di scrivere di questa assurda avventura. Mi incoraggia, mi leggerà. Questa mattina mi concedo una colazione con i fiocchi: caffè, latte, una brioche. Ho portato tutto il pacco in sala da pranzo ed ho distribuito il contenuto su di un vassoio. Tanto, penso, il bar non è aperto. Sono cose per la mia colazione. Non faccio in tempo a pensarlo che arrivano i clienti della 19. Si lamentano che hanno trovato chiuso il bar del piazzale. Non mi resta che offrire loro la colazione. Ho nuovamente il problema delle camere da rifare. L'accordo con la signora della 19 era per due giorni ed oggi è il terzo. Non chiedo niente. Ma sono più tranquillo. Ieri sera, mentre mi preparavo per il mio pasto, mi ha chiamato una donna, dicendo di aver ricevuto il messaggio sulla segreteria telefonica. E' la titolare di un'impresa di pulizie. Sospiro di sollievo. Non le interessa quello che è successo, è pronta a mandarmi il suo personale. Concordiamo una tariffa. Stamattina aspetto che venga a trovarmi, per fare conoscenza. Così evito di parlare di camere con la cliente e la lascio uscire. Forse si sta domandando se deve fare qualcosa? Direi di no. Ha già indossato la giacca e si appresta ad andarsene. Nel pomeriggio arriva H. e mi porta la prima parte del pagamento pattuito. Stasera ci sarà musica in albergo. Meno male, questo silenzio comincia a darmi fastidio. L'alternativa è ascoltare le macchine che sfrecciano sulla statale o gli sbuffi della fabbrica di fronte. Mi telefona un cliente che era abituato a trovare M.. E' stupito, non sa cosa sia successo. Mi limito a dirgli che M. non c'è, che ora ci sono io. Mi chiede del ristorante. Non posso accontentarlo, ma la camera, quella posso dargliela. Mi annuncia che arriverà verso le 21.30 a prendere possesso della camera e poi chiederà di dargli la chiave di ingresso dell'albergo, perché conta di tornare verso le 3.30, finito il ballo. Che brutta abitudine, quella di dare le chiavi ai clienti. In caso di emergenza, si può capire. Ma è proprio incomprensibile che girino ben 8 chiavi dell'albergo in mano a persone che non alloggiano più qui. In serata arrivano altre coppie, tutte soddisfatte del nuovo modo di essere ricevute. Ognuno commenta l'accaduto a modo suo, ci intratteniamo in conversazioni piacevoli. Un cliente di città ha accompagnato due suoi ospiti perché possano alloggiare. Non è male, vuol dire che la fiducia non è proprio crollata. POi comprendo. La signora non vuole essere registrata, non ha i documenti. Eh no, miei cari. Io devo scrivere nome, cognome e data di nascita, altrimenti corro dei rischi! Mi dicono che domattina mi manderanno un fax con la copia del documento. Faccio finta che la firma non basti, faccio compilare alla signora la schedina con i suoi dati. In un momento di calma, sento i campanelli suonare ed entra un uomo. Non è un cliente, non ha nemmeno l'aria di venire per alloggiare. Media statura, capelli ricci impolverati. Prima di tutto mi chiede chi sono. Accento siciliano, voce impastata. Sicuramente ha bevuto. Rispondo: chi desidera saperlo? Mi dice che è un amico di M.. gli spigo che M. non è - al momento - reperibile. Lo sa perfettamente, lui era in galera fino a due giorni fa. Mi racconta con aria saccente che M. è una persona indegna, che perfino i carcerati gli stanno facendo problemi, perché è un uomo senza rispetto. Lo ascolto con finto interesse, voglio vedere dove vuole arrivare. Dopo il lungo preambolo, arriva al dunque. Ha lasciato in albergo un giubbotto di piumino d'oca vero autentico originale e carissimo. Questo è accaduto sette mesi fa. Lungo fino ai piedi, è un regalo ricevuto solo due giorni prima di dimenticarlo. Appena se n'era accorto, ha chiamato M. per segnarargli l'accaduto, ricevendo la promessa di cercarlo. Dopo un paio di giorni da quella telefonata, questo uomo è stato arrestato. Esce ora dalla galera e vuole il suo piumino. Gli dico che non ho la minima idea di dove si trovi. Provo a calmarlo dicendo che forse l'hanno portato con sé i congiunti di M. quando hanno fatto lo sgombero. Mi dice che non gli importa niente (il niente è solo un desiderio di parlare pulito, da parte mia. Lui diceva ben altro) e che se non potrà avere il piumino, dovrà avere i soldi. Settecento euro. Gli dico che ha ragione. Può andare a chiedere il rimborso a M. , se ne ha l'occasione. Si ferma un momento. Lo sguardo basso. Mi aspetto una mossa. Infine alza gli occhi. L'alcool fa la sua parte, ma lo sguardo non è dei più simpatici. Parlando lentamente mi informa che i soldi li vuole da me. Dal proprietario dell'albergo. Rispondo che sbaglia, che non sono affatto tenuto a rimborsarlo. Insiste. Comincia a straparlare. Insulta il mondo intero. Dice che M. merita di essere picchiato in galera, che è uno schifoso drogato e via di questo passo. Gli do un po' di corda, lascio che parli. Forse si sfoga e poi lascia perdere. Al colmo dell'ira, tira di mezzo carabinieri, polizia e tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui. Gli dico che comprendo la sua rabbia, e perfino la condivido. Addirittura, gli dico, mi fa venire la nausea quel letto in ufficio. Non mi stenderei là sopra per tutto l'oro del mondo. Mi guarda come se avessi detto chissà quale verità. Sono riuscito a fargli tenere la bocca chiusa per qualche momento. Insisto: guarda, se non fossi solo, farei buttare i materassi. Scatta come se fosse a molla. Si lancia sul letto, con un gesto fa volare copriletto e coperte. Cosa fai? gli chiedo un po' allarmato. Butto via il materasso. Hai detto che ti fa schifo, che non lo vuoi? Io te lo butto! Ma lascia perdere, cerco di fermarlo. Dicevo così... Ormai ha preso la rincorsa. Dice: vedi quelle macchie? Quella è droga! Fa schifo! E si piega per caricarsi il materasso sulle spalle. Tento ancora di dirgli di fermarsi. Nessun risultato. In quattro salti è fuori dall'albergo con il materasso in spalla. Lo guardo dalla finestra. Arriva ai bidoni dell'immondizia e butta il pesante fardello in mezzo al piazzale. Poi torna di corsa e prende l'altro. In breve ha liberato la camera. Lo ringrazio, gli offro da bere. Viene con me al bar. Dice che è più esperto di me, che conosce il bar perfettamente. Gli chiedo cosa ha voglia di bere. Penso: gli dò la botta finale. Prende da solo una bottiglia di Baileys e se ne riempie un bicchiere da acqua. Trangugia tutto in un attimo e subito ricomincia con la vecchia solfa. Voglio il piumino, oppure i soldi. Fai tu. Ripeto che non posso farci niente. Mi chiede di poter andare al gabinetto. Non ci sono bagni al piano terreno, mento. Allora esce infuriato. Mi dice: domani sera sono ancora qui. O trovo il piumino o trovo i soldi. Altrimenti sono guai. Lo guardo scendere velocemente la scala. Barcolla per la via fino alla fine della mia proprietà. Da lontano lo vedo saltare all'interno del prato. Si cala i pantaloni, si accuccia. Rimane nascosto dall'erba alta. Poco dopo si rialza e sparisce. Speriamo che non torni. Quando è ora di chiusura ed io sento in taverna la musica che suona a tutto volume, decido di scendere a dare un'occhiata prima di andare a dormire. Sono curioso di vedere come è trasformata la mia vecchia e tiepida taverna. Mentre sto attaccando alla porta un cartello con l'orario di chiusura, arrivano due clienti. Li faccio entrare. Mi dicono che sono quelli che sarebbero dovuti arrivare alle 21.30. Mi scuso con loro, ma la camera che avevo riservato è stata occupata. Dopotutto, è mezzanotte! AVrebbero potuto anche avvisare! Mi chiedono se ho qualche altra camera. Ne ho una con due letti separati. Obiettano che vorrebbero un letto matrimoniale. Suggerisco di unire i letti, mettendo un unico lenzuolo grande. Acconsentono. Mi chiedono anche la coperta grande. Non ho la minima idea di dove si possa trovare. Mi limito a dire: quando tornate dal ballo, troverete tutto in camera. Cominciamo a chiacchierare di ciò che è accaduto. Sono un po' sorpresi, ma mi raccontano che quell'uomo era proprio chiaramente un tossico. Lo si vedeva dal modo di fare, dal modo di parlare. E poi, mi dice la signora, una volta è venuto con me in ascensore. Avevo paura che mi mettesse le mani addosso. Me lo immagino, mi viene da sorridere. E poi, rincara la dose, pensi che spudorato. AVeva il coraggio di venire a sedere a tavola con noi e di bere la nostra acqua, senza nemmeno chiederlo! Mi raccontano di vari episodi, poi fanno riferimento all'albergo come si trovava con il vecchio gestore...due mesi fa. No, dico. Due mesi fa era lo stesso gestore. Ma no, replicano. Era un altro. L'albergo era indecente. Ora invece è pulito, in ordine, carino. Cerco di capire. Chiedo: ma non stiamo parlando di quell'uomo che dormiva qui,nella stanza accanto alla reception? Nooo, dice lei. Quello? Chi è? Uno grosso con una faccia sempre addormentata, veniva in sala in calzini e mutande... Mi lascia di stucco. Ma quello è il gestore. L'altro, quello di cui mi parlava, non è per caso ... Conferma. Si tratta di M2. Una faccia da drogato? Oh povero me. Non mi sembrava proprio. Decidono di non andare a ballare. Ci facciamo due risate mentre li accompagno in camera. Non ho idea di dove trovare le coperte. Ci proverò. Entriamo nella camera e la signora comincia a smontare i letti singoli. Io porto le lenzuola matrimoniali e cominciamo a fare insieme il letto. Poi vado a cercare la coperta. Niente. Non ce ne sono. Dove saranno finite? Passati in rassegna gli armadi ai piani, non mi resta che scendere in ufficio e prendere il residuato che era sul letto di M. A mali estremi... Scendo in taverna. All'esterno tre guardie del corpo (buttafuori, non so come si chiamano) enormi, neri come la notte. Mi salutano cordialmente. H. deve avergli detto chi sono e cosa faccio. Entro nel locale e mi accolgono quattro ragazze dietro il bancone del bar. Tutte carine, tutte di pelle scura, tutte con grossi seni che spingono sulle camicette sbottonate in modo provocatorio. Mi salutano schiamazzando. H. mi viene incontro e mi dà il benvenuto. Mi offrono da bere, chiedo un analcolico. Sorridono, si scambiano uno sguardo furbetto. Mentre parliamo di affari, le ragazze mettono sul bancone la mia bevanda: un liquido rosa in un bicchiere di plastica. Vengono subito rimproverate. Al titolare? Un bicchiere di plastica è per i clienti ubriaconi! Dico che non importa, ma si impegnano a travasare la bevanda in un bicchiere di vetro. Due cannucce, mi attacco assetato e tiro due bei sorsi. aaaaah alcolico e pure forte! Che scherzo! Io sono astemio, protesto. Mi dicono di bere, che è buono. In effetti è buono, sa di fragola. Mi portano due tartine, tanto per non bere a digiuno. Mentre H. mi parla, sento che le gambe cominciano a formicolare. E' ora di andare a letto, smaltirò l'alcool durante il sonno! Mi infilo sotto le coperte e penso che ormai sarà già la una. Un'occhiata all'orologio: oltre le due! Dormire, subito, imperativo!
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